Guido Moretti: l’intelligenza artificiale e la nuova era del commercialista
Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale (IA) è passata da promessa futuristica a strumento quotidiano in grado di rivoluzionare interi settori. Tra questi, quello dei dottori commercialisti sta vivendo un momento di profonda trasformazione. L’automazione delle attività ripetitive, l’analisi predittiva e l’assistenza digitale stanno cambiando il modo in cui si lavora, si gestiscono i clienti e si interpreta il dato contabile. Ne parliamo con Guido Moretti, dottore commercialista, che ha fatto dell’innovazione tecnologica un alleato strategico nella sua attività.
Dottor Moretti, oggi si parla molto di intelligenza artificiale, ma spesso in modo astratto. In che modo, secondo lei, questa tecnologia sta realmente cambiando la professione del commercialista?
Fino a pochi anni fa, la figura del commercialista era percepita principalmente poco più di quella di un ragioniere che “fa i conti”. Oggi non è più così. L’intelligenza artificiale ci sta liberando dal peso delle attività più ripetitive — penso alla registrazione automatica delle fatture, delle banche al riconoscimento dei documenti, all’analisi di coerenza dei dati — permettendoci di dedicare tempo e competenze al ruolo che davvero ci caratterizza: quello del consulente strategico. L’IA non sostituisce il commercialista, ma amplifica la sua capacità di analisi. È come avere accanto un collaboratore sempre in servizio, che in pochi secondi elabora scenari complessi, lasciando a noi tecnici la parte interpretativa e decisionale.

Quali sono, concretamente, i benefici che ha riscontrato nel suo studio da quando ha iniziato a utilizzare strumenti basati sull’intelligenza artificiale?
Il primo beneficio è l’efficienza. Oggi possiamo processare una mole di dati enormemente superiore con la stessa struttura e in meno tempo. Un tempo impiegavamo ore a riconciliare documenti o a verificare incongruenze: ora questi controlli vengono svolti in automatico e con margini di errore quasi nulli. Il secondo è la qualità dell’informazione: gli strumenti di IA ci consentono di leggere il dato in chiave predittiva, anticipando criticità di cassa, simulando scenari fiscali o valutando la sostenibilità economica di determinate scelte. Infine, c’è un aspetto spesso trascurato ma fondamentale: la serenità. L’IA riduce la pressione dei picchi di lavoro e ci consente di mantenere un miglior equilibrio tra attività e vita personale, senza rinunciare alla precisione.
Alcuni colleghi temono che l’intelligenza artificiale possa “togliere lavoro” o ridurre il valore umano della professione. Lei cosa ne pensa?
È una paura comprensibile, è nella natura umana essere poco inclini ai cambiamenti, ma io la considero un equivoco. L’IA non sostituisce la relazione, la fiducia, la sensibilità professionale, anzi, le valorizza. Quando il lavoro manuale viene automatizzato, ciò che resta — e che fa la differenza — è la capacità di interpretare il dato e di tradurre i numeri in decisioni strategiche. Il cliente non cerca qualcuno che compili un bilancio o una dichiarazione dei redditi perché lo dà già per scontato, ma cerca un consulente che lo accompagni nelle scelte aziendali. L’intelligenza artificiale diventa così una leva di qualificazione, non di sostituzione. Chi saprà utilizzarla saprà offrire un servizio più completo, tempestivo e umano, perché avrà più tempo per ascoltare e capire il cliente. Chi invece non sarà in grado di stare al passo coi tempi a mio avviso subirà una sorta di “selezione naturale” darwiniana.
Come si intreccia l’intelligenza artificiale con i controlli effettuati da parte del fisco?
In pochi sanno che sono ufficialmente partiti i controlli fiscali relativi alle partite IVA riferite all’anno 2021 e contestualmente sono stati svelati i nuovi criteri dei controlli dell’Agenzia delle Entrate che per la prima volta sono per larga parte basati sull’intelligenza artificiale.
Il mio studio si avvale da anni dell’IA con software che utilizzano gli stessi meccanismi dell’agenzia delle entrate nei suoi controlli. Così facendo è possibile porre al riparo il contribuente prima del verificarsi del problema ed evitare spiacevoli sorprese.
Ci può fare un esempio pratico di come l’intelligenza artificiale la supporta nel rapporto con i clienti?
Certamente. Immaginiamo un’impresa che mi chiede una valutazione di convenienza fiscale su un investimento. Oggi posso usare algoritmi che analizzano in tempo reale i dati contabili, i trend di settore, le variazioni normative e persino il comportamento dei consumatori. In pochi minuti ho un quadro aggiornato e attendibile, che prima richiedeva giorni di lavoro. Questo mi permette non solo di rispondere più velocemente, ma anche di intervenire prima: spesso il cliente riceve le risposte prima ancora di pormi la domanda. L’intelligenza artificiale ci consente di anticipare i bisogni, di prevedere le criticità fiscali e di gestire per tempo le scadenze, evitando le classiche notizie dell’ultimo minuto che generano stress e disorganizzazione. È proprio questo il mio approccio professionale che è anche il mio motto: “le risposte alle domande di domani, oggi”. Credo che la vera innovazione non sia solo nella tecnologia, ma nella capacità di usarla per arrivare in anticipo — per trasformare la consulenza da reattiva a preventiva. Il cliente non deve rincorrere il problema: deve sapere che c’è già qualcuno che ci ha pensato prima di lui.

E dal punto di vista della gestione interna dello studio, cosa cambia?
Ha cambiato tutto. L’intelligenza artificiale non è solo un software, è un modo diverso di pensare l’organizzazione. Abbiamo introdotto strumenti di classificazione automatica dei documenti, un’agenda intelligente per la gestione delle scadenze e sistemi predittivi per monitorare il flusso di lavoro. Questo ci permette di distribuire meglio le risorse, prevenire colli di bottiglia e ridurre gli errori umani. Ma la cosa più interessante è che i collaboratori vivono questa transizione con entusiasmo: sanno che l’IA ed in generale l’evoluzione toglierà loro la parte più noiosa e ripetitiva, lasciando spazio alla creatività e alla crescita professionale.
L’IA comporta però anche rischi, ad esempio legati alla privacy o alla qualità dei dati. Come affrontate questi aspetti?
È vero, e sarebbe sbagliato ignorarli. Il principio fondamentale è che l’intelligenza artificiale non può essere lasciata “libera”: serve sempre un presidio umano e una conoscenza approfondita dei flussi. Nel mio studio, ogni processo automatizzato viene supervisionato da un professionista, e tutti i dati sensibili sono gestiti in ambienti protetti e conformi al GDPR.
Secondo lei, che tipo di competenze dovrà sviluppare il commercialista del futuro?
Già il commercialista del presente le deve sviluppare.Oltre alle competenze tecniche, serviranno capacità digitali e visione strategica. Il commercialista dovrà saper leggere i dati, interpretarli e trasformarli in informazioni utili al business del cliente. La tecnologia ci mette in condizione di fare meglio il nostro lavoro, ma la vera differenza continuerà a farla la persona. In un mondo dove tutto è automatizzato, l’ascolto e il giudizio umano diventano il vero valore aggiunto.
Come immagina la professione tra dieci anni?
Immagino ci saranno meno studi di quelli che ci sono oggi ma molto più efficienti, con team multidisciplinari che integrano competenze fiscali, digitali e strategiche. Il commercialista sarà una figura “ibrida”, a metà tra il consulente economico e l’analista dei dati. L’IA sarà parte integrante del nostro lavoro quotidiano: dialogheremo con assistenti digitali che ci proporranno soluzioni, evidenzieranno anomalie e ci aiuteranno a personalizzare il servizio per ogni cliente. Ma la vera evoluzione sarà nel rapporto fiduciario: grazie alla tecnologia, potremo essere più vicini ai nostri clienti, più presenti e più utili. Io credo che il futuro del commercialista non sia minacciato dall’intelligenza artificiale, ma sarà costruito insieme ad essa.
Un’ultima domanda: se dovesse dare un consiglio ai colleghi competitor che guardano con diffidenza all’intelligenza artificiale, quale sarebbe?
Non do consigli ai miei competitor, o almeno non gratis, scherzo ovviamente. Direi di provarla, anche in piccolo. L’intelligenza artificiale non è un lusso per grandi studi: chi la sperimenta capisce subito che non si tratta di una moda, ma di una rivoluzione silenziosa e gentile.
L’intelligenza artificiale sta trasformando la professione del commercialista da attività puramente contabile a consulenza ad alto valore aggiunto. Come ci ricorda Guido Moretti, non è una minaccia ma un’occasione per tornare al cuore della professione: aiutare le persone e le imprese a fare scelte migliori. E se il futuro è già iniziato, la vera sfida sarà quella di restare umani, anche nell’era delle macchine intelligenti.
